Terni, 2 febbraio 2009 Cerimonia Associazione Combattenti Cremona. 300 ternani

La città di Terni, tramite l’Amministrazione Comunale, si raccoglie nel ricordo dei combattenti che il 2 febbraio 1945 partirono 300 volontari da Piazza Solferino per arruolarsi al Gruppo Cremona formato sia da truppe regolari sia da partigiani dell’Umbria e della Toscana per scacciare il nemico che resisteva sul fronte gotico. Alcuni di questi morirono per la liberazione del Paese. Il Comune di Alfonsine ne ricorda i loro nomi.

Il Contributo dei nostri combattenti alla guerra di liberazione, non può restare solo un ricordo, né essere oggetto solo di commemorazione.

La nostra presenza qui è una testimonianza di amore nei confronti di chi ha lottato per un ideale di libertà.

Non dimentichiamo, quindi, le migliaia di testimonianze su cui è stata costruita la libertà di cui oggi godiamo.

Nostro dovere è difenderne il senso e trasmetterne gli ideali, perché anche le generazioni che ci seguono abbiano riferimenti certi in cui credere e per i quali lottare.


L'Italia ha una memoria viva e condivisa. Essa si basa non solo sulla storia, ma anche sulla passione civile di chi si richiama al passato per operare.

La commemorazione di oggi è utile a rinverdire presso i giovani l’impegno civico di quanti si sono donati alla patria.

I luoghi dove avvennero gli scontri vorremmo fossero sempre più frequentati dai giovani perché possano apprendere i valori di libertà alla cui base risiedono gli ideali di pace, e di fraternità indispensabili alla comprensione fra i popoli.

La Commemorazione di oggi cade nel 61.mo anniversario della Costituzione, nata dalla Resistenza e dal sacrificio di tanti combattenti delle forze Armate Regolari.

La Costituzione italiana, patto fondante della nostra identità di cittadini italiani è ricca di principi di libertà, di giustizia, di uguaglianza e solidarietà, e per questo bisogna conoscerla e farla vivere.

Il compito della Scuola è fondamentale per trasferire certi valori culturali che formano ed educano il cittadino di domani.
L’impegno delle Associazioni e delle istituzioni presenti, oggi, costituisce un esempio, una difesa dei principi contenuti nella Carta, la cui stesura racchiude i progetti e le speranze di un popolo intero.

Riflettere, ricordare, non dimenticare, è l’impegno civico che deve caratterizzare ognuno di noi nell’omaggio ai caduti per la libertà.

Giocondo Talamonti


Intervento Assemblea dell’Anmil
12 ottobre 2008

L’anno scorso il Presidente dell’Anmil nel suo intervento, a proposito degli incidenti sul lavoro, si poneva il problema della difficoltà economica della famiglia per la perdita dell'unico produttore di reddito; ed ad esso le Istituzioni hanno dato risposta : la Regione dell’Umbria ha istituito un Fondo di emergenza per le vittime di incidenti mortali sul lavoro, con una legge approvata nel febbraio 2008).

Inoltre, ci si sta organizzando, insieme alla Prefettura, per dare , in fase di emergenza, una accoglienza soddisfacente alla famiglia attraverso una serie di servizi .

Ma, al di là di questo, la parola d’ordine è sconfiggere le morti bianche e prevenire gli infortuni sul lavoro.

I numeri che si registrano sono equiparabili ad un bollettino di guerra:
• 820 morti
• 820.094 infortuni
• 20.502 invalidi

(1328 : milletrecentoventotto morti ogni anno. è la media dei caduti sul lavoro tra il 2003 e il 2005:
Poco meno di 4,5 morti al giorno . Nel 2006, 1280 'morti bianche'. per il 2007 il contatore, che riprendiamo dal sito di 'articolo21', si è fermato ben oltre i mille morti. il dato finale, che avremo fra qualche mese, non sarà diverso dagli anni precedenti. questo succede in Italia, uno dei paesi più ricchi al mondo.)

Sì, 820 persone hanno perso la vita nello svolgimento del loro lavoro, dall’inizio di quest’anno ad oggi. Nonostante le leggi di tutela, il trend continua a mantenersi su livelli inaccettabili per un paese civile. Ed allora, occorre intensificare i controlli, monitorare le situazioni di rischio, incidere nella diffusione della sicurezza come cultura presso la pubblica opinione.

Il Testo Unico sulla sicurezza è una tappa importante, perché introduce novità che interessano tutti i settori e tutti i lavoratori, indipendentemente dalla qualificazione del rapporto di lavoro.

In esso troviamo la lotta al sommerso e al lavoro irregolare, che sono tra le principali cause degli incidenti e degli infortuni, proprio perché è proprio lì che le condizioni di salute dei lavoratori sono spesso poco tutelate o del tutto ignorate. Viene tutelato, oltre al lavoro subordinato, anche il lavoro flessibile ed autonomo.
Viene riservata una particolare attenzione ad alcune categorie di lavoratori come i giovani, gli extracomunitari, i lavoratori avviati con i cosiddetti contratti interinali, e ad alcune lavorazioni tristemente note per la loro pericolosità, come ad esempio quelle svolte nei cantieri.

Il provvedimento impone responsabilità alle aziende che ricorrono a sub appalti, introduce, infatti, norme che riconducono la responsabilità della sicurezza, e quindi degli eventuali infortuni, all’azienda appaltante e non più solo a quella sub appaltatrice. Sono previste sanzioni rigorose, un coordinamento nella vigilanza e una campagna di informazione e di formazione.

Viene valorizzato il ruolo della bilateralità tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali nella definizione degli aspetti organizzativi e in materia di piani per la sicurezza, anche come supporto ai datori di lavoro per l’adempimento degli obblighi di sicurezza per il miglioramento delle tutele negli ambienti di lavoro.

Un ruolo fondamentale viene poi affidato alla formazione come strumento di prevenzione e di tutela.Ma il testo Unico, seppure rappresenti un notevole contributo alla lotta contro le morti bianche, non è la soluzione del problema, il primo passo per una efficace prevenzione si origina nella consapevolezza e valutazione individuale del rischio.

Fare prevenzione costa, a qualsiasi livello: ai datori di lavoro nell’adottare le misure prescritte, agli addetti ai controlli in termini di risorse umane e finanziarie, alle vittime e alle famiglie eventualmente colpite da infortuni, ma se non passerà l’idea che la vita di chiunque presti un servizio alla società vale molto di più, rispetto ad un mero calcolo o atteggiamento utilitaristico, le statistiche continueranno a registrare schiere di morti, di invalidi, di infortunati.

Sicurezza come cultura, quindi, senza tralasciare verifiche sistematiche sui cantieri e formazione dei lavoratori. Muoversi in tal senso è il compito che ogni istituzione si deve prefissare, ma il suo esempio deve essere accolto a tutti i livelli della vita comunitaria.

Il Comune di Terni collaborerà per la riuscita di tutte le iniziative tese a creare la cultura della sicurezza attraverso l’informazione e la formazione per rispondere concretamente all’atto di indirizzo n.87 del 16.04.2008 del Consiglio Comunale;
mantenere gli impegni presi nel protocollo d’intesa, sottoscritto il 1.02.2008, per la pianificazione degli interventi in materia di sicurezza sul lavoro nell’ambito degli stabilimenti di Terni della Tk-Ast; promuovere iniziative atte a trovare, insieme a tutti i soggetti interessati un approccio nuovo teso ad arginare il fenomeno degli incidenti negli ambienti lavorativi.

Pubblicherà, quanto prima, gli atti del convegno Cultura della legalità e sinergie per la sicurezza sui luoghi di lavoro, organizzato il 26 maggio 2008, per fornire punti di riferimento utili ad analizzare ed approfondire il problema, non solo con gli studenti, ma anche con i lavoratori.
Il 21 novembre sarà presentato presso “Palazzo Primavera” e l’occasione servirà a fare il punto sulla situazione.

Arrivederci a presto augurandoci che il numero degli incidenti sul lavoro inizi a diminuire di pari passo con l’informazione e la formazione.
Giocondo Talamonti

CIAO LUCIANO…






Ricordare la figura di un amico scomparso è sempre compito ingrato.
Chi legge è interessato agli aspetti professionali del defunto, chi scrive, al contrario, a quelli emotivi.


Guai se non fosse così. Nel caso di Luciano so già che gli farò torto dei grandi meriti che si è guadagnato in seno alla CAF della F.I.A.S.P (Federazione Italiana Amatori Sport Per tutti); torto che so di bilanciare con l’enorme affetto che gli ho riservato.Ammiravo la sua innata capacità di fronteggiare le situazioni più complicate.Sapeva districarle con la chiarezza della logica, con la forza della deduzione, semplificandole fino a ridurle a banalità.


Non si fermava neanche di fronte a quelle che un normale individuo definirebbe insormontabili, come esprimersi in una lingua straniera sconosciuta.
Ricordo che si trovò a farlo in più di un’occasione nel corso dei tanti viaggi all’estero fatti in sua compagnia.


Nonostante sapesse un inglese improbabile, si buttava in colloqui ermetici con interlocutori che restavano perplessi, se non di sasso e quando non sapevano che cosa rispondere, per il fatto di non aver capito niente, la conclusione di Luciano era sempre la stessa: “ Questo non sa dove sta di casa l’inglese”.
Dire che mi legava a lui solo l’affetto, significa non riconoscergli il profondo senso di stima che provavo nei suoi confronti.


Ho sempre apprezzato la sua coerenza, sia pratica che politica, le scelte quotidiane e lungimiranti, dimostrando a sé e agli altri i risultati delle sue ragioni.
Abbiamo condiviso gli stessi principi etici, abbiamo scoperto insieme che essi potevano collimare con la stessa fede politica e che soprattutto valeva la pena battersi ogni giorno per difenderla e divulgarla, perché solo così facendo si partecipa alla costruzione di un società migliore.


Mi mancherà, tuttavia, l’amico. Quello con cui ti confidi senza riserve, quello in cui riponi pensieri e preoccupazioni che non ti capiterà di dire mai ad un famigliare.Aveva un difetto, anzi un debolezza: l’ostinazione a fumare. Lo mettevo in guardia e lo spaventavo sulle conseguenze. “Non morirò mai per il tabacco”, mi rispondeva con la sicurezza di chi aveva già visto il film della sua vita.


E ha avuto ragione anche in questa occasione; almeno in parte. Mi mancherà quella sua disponibilità ad aiutarmi, la prontezza a sostenermi nei progetti, la sua misurata saggezza e l’acume nell’individuare il percorso opportuno da seguire nel dipanare i grovigli giuridici.Largamente conosciuto nella città, lascia un vuoto incolmabile tra gli amici, un baratro fra i famigliari.


Ma non mi consola il fatto di essere in tanti a condividere la pena.
Mi mancherà.


Giocondo Talamonti



No, Oscar Pistorius non è un alieno. Anche se, quando corre in pista non lascia orme umane.


Di umano, invece, ha l’ostinazione a negare che la vita gli abbia tolto qualcosa, e a dimostrarlo a lei, prima che agli uomini.
Una tesi, la sua, quasi indifendibile agli occhi dei più, perché lo obbliga all’evidenza di due protesi applicate su due monconi e che fanno leva su una volontà di ferro.


La sua personale battaglia l’ha già vinta, e poco importa se riuscirà o meno a partecipare alle Olimpiadi di Pechino.Non è contro i “normodotati” che vuole misurarsi.Semmai contro un destino infame, nei cui confronti non vuole cedere di un “passo”.


In questa sua lotta, Pistorius ha dato vita ad una serie di interrogativi d’ordine sociale, sportivo, etico, tecnologico e perfino etimologico.
Che significa, infatti, essere “normodotati”?
C’è da chiedersi se il termine definisca individui che dispongono di strumenti naturali per compiere una data azione, oppure se fa riferimento alla capacità di svolgere una attività “normale” indipendentemente dai mezzi utilizzati.


Per assurdo, perché considerare “normodotata” una persona che si sposta in macchina per percorrere spazi che potrebbe coprire a piedi?
Non sono protesi la racchetta da tennis o la mazza da baseball, il fioretto o l’asta nell’atletica, la moto o il cavallo, la bici o gli sci?
Il fatto è che a partorire il termine siano stati proprio i “normodotati”.
I quali sono prodighi di definizioni pseudo- etiche, come “diversamente abile”, “portatore di handicap”, “disabile”, per marcare una differenza esteriore, piuttosto che sostanziale dell’uomo e a creare categorie, gruppi, settori.


Questi maestri della discriminazione annacquata non possono accettare che venga contaminato lo Sport da chi non ha diritto ad accedervi in virtù della diversità.Era successo anche ad Hitler in occasione delle Olimpiadi di Berlino, del 1938 di assistere alle quattro medaglie d’oro dell’americano James Owens, uno spudorato negro intenzionato a mettere in crisi la superiorità della razza ariana.



Quando avremo il coraggio di dire che lo sforzo dei tanti Pistorius che popolano il mondo non è solo un esempio di coraggio, ma un concreto diritto a partecipare alla vita?


Se tutti saremo in grado di misurare il valore di un’impresa sportiva nelle sue valenze emotive e dare maggior peso all’impegno dell’uomo piuttosto che al risultato ottenuto, allora saremo anche capaci di capire che il faticoso processo di “normalizzazione” avrà offerto nuove opportunità tecnologiche delle quali la società in genere potrà giovarsi.


Soprattutto, potremo sentirci parte di un comunità più umana, più giusta, meno egoista, più solidale, restituendo all’uomo la centralità universale che gli compete, liberandola dai legacci di ogni tipo di diversità, senza più distinzioni di etnia, sesso, religione, ceto e, meno che mai limitazione fisica.


Ing.Giocondo Talamonti




Conferenza organizzata dall’Associazione “Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia” sul tema “alla garibaldina… : mito e verità di un’espressione”


16 dicembre 2007-sala riunioni del Centro Socio-culturale del Comune di Terni, in Via L. Aminale 20-22


Intervento di Giocondo Talamonti


La figura di Giuseppe Garibaldi è divenuta espressione di
eroismo
, di combattività e di decisione, superando il suo tempo per giungere intatta fino a noi.


I tentativi di opporre l’eroe di sempre, quello dei nostri sogni di ragazzi, di studenti, di uomini, ad altri personaggi della nostra storia, con l’idea di sminuirne il contributo all’unità e alla concordia, non convince chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le fasi che hanno portato a ricomporre l’attuale territorio della nostra Italia.
Mi riferisco al maldestro intento di alcuni revisionisti, intriso di ignoranza storica e di assenza di sensibilità nei confronti di un uomo che continuerà a rappresentare per i giovani un modello di equilibrio e di volontà patriottica.


Credere nella validità delle proprie idee, dare concretezza al disegno mazziniano di una Italia comune, sacrificarsi per la causa del popolo è stata la scommessa giocata e vinta da Giuseppe Garibaldi a vantaggio di tutti, pronto all’azione, così come a fermarsi di fronte ad ordini superiori, disposto all’obbedienza e all’umiltà.


La sua capacità organizzativa, l’analisi attenta della situazione politica e sociale si tramutava sempre nella migliore interpretazione dell’azione militare, il cui esito positivo diveniva scontato per il calcolo analitico delle probabilità di riuscita.
Sarebbe utile che la sua figura fosse più spesso ricordata ai giovani studenti delle nostre scuole, ormai quasi privi di ideali cui affidare i personali progetti di vita.


L’entusiasmo che l’Uomo seppe suscitare nel realizzare il suo disegno di unificazione territoriale, vorrei fosse presente nelle attese spente dei nostri ragazzi. Ecco, è il coraggio di
agire
e di dar vita a convincimenti comuni che manca oggi, relegati come siamo a giocare un ruolo senza rischi e senza slanci, sempre in attesa che sia qualcun altro a compiere passi in grado di segnare gli avanzamenti comuni. Il merito dell’Eroe dei due mondi sta nello spirito di abnegazione che ha caratterizzato l’intera sua esistenza, la capacità di calcolare i rischi, così come prevedere i risultati del suo impegno politico e sociale.


Agli ideali di libertà e di unità dei popoli non ha trovato un limite territoriale nella patria personale, ma ha saputo applicare il concetto allargandolo ad ogni realtà che anelasse a spezzare le catene della prigionia materiale e di pensiero. Combattere in Italia o a Montevideo non faceva differenza per lui, perché ambedue i popoli aspiravano a sentirsi liberi dall’oppressore.

Quanti esempi si potrebbero trarre dalla sua vita avventurosa. Ci sarebbe materiale per tutti, specie in un contesto come quello che viviamo, intasato di egoismi e protagonismi, calcoli e materialità, incapaci di vivere “alla garibaldina” , senza cioè far riferimento al tornaconto personale e con la voglia di costruire per il bene di tutti.


Ing. Giocondo Talamonti

Uniti gli sforzi…





La misura presa da Bruxelles in merito al risarcimento di 80 milioni di euro comunicato a TK-AST e Cementir per illeciti contributi statali sui consumi energetici, oltre a destare serie preoccupazioni per gli sviluppi futuri delle imprese energivore nel nostro territorio, lasciano interdette le Istituzioni locali sulla metodologia e sulla tempistica che la Commissaria europea Neelie Kroes ha riservato alla vicenda.


Perché tanta fretta ad emettere la sentenza? Perché non attendere l’analisi del problema, vista l’opposizione di Germania e Italia alla misura risarcitoria?


L’entità dell’intervento è tale da compromettere non solo i progettiindustriali futuri delle aziende interessate, ma di esporre a rischio l’occupazione attuale.


Le azioni che verranno organizzate a breve per indurre la commissaria europea Kroes a più miti propositi, in virtù degli interventi dei nostri eurodeputati, devono comunque vedere uniti gli sforzi della maggioranza e dell’opposizione, alla quale si chiede di rimandare ad altri momenti le sterili considerazioni di natura politica.


A tale proposito, sarà opportuno che tutti si ricordino i tragici giorni di lotta sindacale che hanno visto contrapposti gli interessi occupazionali di Terni e quelli della TK_AST.


La stessa unità e convinzione serve oggi.


Terni, 28 novembre 2007

Giocondo Talamonti





Il 7 maggio 2007, alle ore 9:30, presso ll’Ipsia “S. Pertini” di Terni si è svolto il Convegno “Lo Sport: virtù e degenerazione ”, organizzato dalla scuola per far riflettere i giovani su tematiche in grado di educarli ad apprezzare lo spirito della sana competizione e a ripudiare la violenza nello sport.


In un momento particolarmente critico per il futuro del mondo sportivo a causa degli interminabili episodi che ogni domenica ne inficiano i valori, la voce degli intervenuti si è rivolta ai ragazzi perché da loro parta il fermo proposito di riscoprirne i fondamenti. In tal senso, l’avv. Massimo Carignani ha sollecitato i presenti e sulla stessa onda si è espresso il Prof. Alberto Favilla che da sempre coniuga il calcio con la sua funzione di docente.


Ugualmente apprezzati sono stati gli interventi di Franco Lelli e Franco Liguori, autori del libro “Voglio fare il Calciatore”, Ed. Tagete di Viterbo. Gianni Rivera nella prefazione del libro sottolinea il messaggio educativo rivolto ai giovani e alle famiglie. “Un libro che fa bene agli uni e agli altri e che rende omaggio non solo al calcio, ma allo sport, come esercizio di crescita individuale e collettiva”.


L’Ipsia ne inserirà diverse copie nella biblioteca d’Istituto al fine di disporre di uno strumento di lettura che aiuti i ragazzi a comprendere e riflettere sui suoi variegati aspetti.


Oltre alle autorità locali e a personalità del mondo dello sport, hanno dato testimonianza il calciatore del Livorno, Alessando Grandoni, già alunno dell’istituto, e Franco Janich, già nazionale ai Campionati del Mondo del 1966, nonché libero della Lazio e del Bologna negli anni ’70.


L’iniziativa, curata ed introdotta dal Dirigente Scolastico, Ing, Giocondo Talamonti, si affianca a tante altre intraprese dall’IPSIA a favore di studenti e non-studenti, con l’invito a riproporre i principi di lealtà, impegno e rigore che sono alla base di ogni attività, nello sport come nella vita di tutti i giorni.


8 maggio 2007

Giocondo Talamonti

“Fuori le palle...”




“Rien ne va plus” avverte il croupier al termine delle scommesse, mentre la pallina rimbalza impazzita da un numero all’altro della roulette.
La suspence fa scaricare getti di adrenalina nelle vene dei giocatori allucinati in attesa della sentenza.


Anche se con tempi più lunghi, gli sportivi ternani vivono le stesse emozioni, fra i calcoli ottimistici dettati dalla passione e l’illusione cosciente suggerita dalla realtà.
Quando la condanna non è ancora decretata, ci si appiglia alla matematica, pur sapendo che spesso è solo una boccata di speranza, l’ultima a morire.


Questo, purtroppo, è il clima che tifosi, dirigenza e fere vivono a tre giornate dalla fine del campionato.
Considerato che elementi nuovi non si presenteranno da qui al termine dei giochi, la speranza è l’unico riferimento possibile.
Ma se ci attaccassimo ad essa in modo passivo e astratto, il rischio è di ritrovarci attaccati...


La speranza non è sempre l’evaporazione della realtà; nelle sue infinite pieghe nasconde strade percorribili e saperle intraprendere può modificare la sua natura evanescente e gassosa in sostanza palpabile.
Nel caso in questione, l’appello a vendere cara la pelle si rivolge a tutti: spettatori, presidenza con volontà incentivanti, ma soprattutto giocatori desiderosi di salvare, con la propria, la dignità della città.
E’ il momento classico di dare l’anima e di rientrare negli spogliatoi, ad ogni fine partita, coscienti di non essersi risparmiati, verrà poi il tempo di fare i processi, decretare le condanne e fissare le pene che ciascuno si merita.


Non anticipiamo quel momento, nessuno ne gioverebbe in questo frangente.
Guardiamo tutti insieme verso un obiettivo difficile, ma possibile e cerchiamo di raggiungerlo con la rabbia della disperazione, cercando di allontanare lo spettro delle conseguenze in caso di fallimento.
Non una palla sul campo, ma quella di undici lottatori.


“Vae victis” (guai ai vinti), disse Brenno ai romani sconfitti.
Facciamo di questa intimazione uno “stimolo all’impegno!”.


“Fuori le palle”.


Terni, 11 maggio 2006

Ing. Giocondo Talamonti

Il Gruppo dei Comunisti Italiani condivide l’aver dedicato una seduta straordinaria con all’ordine del giorno la commemorazione del Santo Padre Giovanni Paolo II.

Nel mio breve intervento prenderò in esame i tre aspetti richiamati nel manifesto posto all’ingresso della sala e precisamente: Pace, lavoro, dignità umana.

La figura di Giovanni Paolo II che ci accingiamo a ricordare va oltre la commemorazione dell’Uomo e induce ad una riflessione di portata storica,senza distinguo per le diverse fedi e culture del mondo.

Il Suo pontificato ha tracciato un cammino indelebile per ogni essere che abbia il desiderio di partecipare in maniera fattiva alla crescita di una comunità, un esempio di rigore etico che si realizza nella preoccupazione per i più bisognosi ed i più deboli.

Nessuno dei ternani ha dimenticato la sua visita alle Acciaierie, quando, operaio fra gli operai, ha avuto parole di conforto per quanti lo ascoltavano.

L’umiltà e la capacità di comprendere le ansie e le attese dei lavoratori ne hanno fatto un simbolo della dura vita nella fabbrica e nelle officine.

Credibile, perché testimone di esperienze maturate da giovane nell’industria del suo Paese in condizioni certamente più difficili rispetto a quelle vissute oggi dalla nostra classe operaia.

Le sue parole, in quell’occasione, si rivolsero alla dignità del lavoro e a quella della persona, nobilitando ogni attività svolta con sacrificio a vantaggio proprio, ma soprattutto della collettività.

Lo ricordiamo nei momenti difficili vissuti dalla nostra città, dimostrando alla città di Terni, ai lavoratori dell’AST la sua solidarietà e manifestandola al mondo durante l’Angelus in Piazza S. Pietro, nel richiamare ancora una volta le attenzioni sul ruolo delle Multinazionali, del lavoro e della sua dignità.

Le orme lasciate dal Papa di tutti, dal Papa GRANDE, indicano un cammino preciso, che tutti gli uomini di coscienza sono stimolati a seguire se mirano ad obiettivi di convivenza, solidarietà ed amore per chiunque dei loro simili.

La Sua figura storica si è imposta grazie ad una visione universale della vita che uguaglia individuo ad individuo, senza riguardi per dove viva, nè per il colore della pelle, nè per la religione che professa.

Un messaggio globale, aperto alle speranze di ogni abitante della Terra di vivere nella dignità la sua esperienza di uomo.

Un insegnamento che non si può dimenticare, né tanto meno lo può trascurare chi è chiamato a gestire le scelte e la sorte di una Comunità, indipendentemente dal numero che la compone.

E’ quindi un dovere per tutti conservare insieme al ricordo dell’uomo Wojtyla, l’indicazione che ha dato al mondo intero sulla convivenza pacifica e l’amore fra simili.

Ricordo, nel 2003, l’impegno del Papa contro la guerra invitando tutti a digiunare. “E’ una cosa importante, pensate al valore di tanti papà o nonni, che, a tavola, rifiuteranno di mangiare e diranno ai loro bambini che è per difendere la pace”.Aggiunse, in occasione della prima Guerra del Golfo: “La guerra è un’avventura senza ritorno. Deve sempre prevalere il dialogo, la ragione e la pazienza”.

E noi, Comunisti Italiani, insieme a Lui, diciamo a voce alta che non esistono Guerre Sante o bombe intelligenti.

Divulgò, così, il grande valore del rifiuto della guerra, ripudiandola come mezzo di soluzione dei problemi.

Non è stato ascoltato; ed è triste che oggi i mezzi di informazione non diano lo spazio dovuto alla Sua posizione.

Tutti noi dobbiamo fare tesoro del pensiero del nostro Papa e risolvere politicamente, sempre, le controversie internazionali. La pace deve costituire un imperativo per tutti, se vogliamo riconoscere al Papa il rispetto che merita.

Non ha avuto timore di scontrarsi e condannare il totalitarismo politico, né quello economico e si è posto a difensore delle vittime dell’uno e dell’altro.

Ha criticato l’URSS, come gli USA, ambedue colpevoli di violentare, l’una e gli altri, la pace all’interno e all’esterno delle nazioni.

Ma soprattutto è stato capace di restituire ai più deboli la fiducia nel ruolo che ogni uomo è chiamato a svolgere nella società, ribadendo il rispetto reciproco, nella diversità delle idee, per contribuire a creare un mondo più giusto attraverso la pratica dei valori di umanità e dignità.

Le cure amorevoli di Giovanni Paolo II per i giovani e le attenzioni al loro mondo ed ai loro problemi, nascono non solo dal trasporto che ogni papà riserva ai suoi figli, ma dalla consapevolezza che essi saranno il motore della società a venire.

Più sapremo comprendere i percorsi complessi della loro crescita, più essi si sentiranno protetti nell’autonomia delle scelte, giuste o sbagliate che siano, purché finalizzate a creare un’identità consapevole dei ruoli sociali che li attendono.

Il Pontefice sapeva parlare ai ragazzi, sapeva toccare i loro interessi e le corde del cuore, riusciva ad estrarre da loro tutto il bene di cui i giovani sono capaci quando gli adulti si pongono all’ascolto dei loro affanni con la sincerità di un amico e l’amore di un genitore.

L’aver compreso quanto importante sia lo sport nella formazione dei giovani e nel recupero degli handicappati, ha portato il Papa ad intervenire al Giubileo dello Sport a Roma, condividendo con i ragazzi l’entusiasmo dell’evento, senza perdere l’opportunità di ribadire la lealtà nello sport, come esercizio di correttezza civile e sociale.

Significativa fu la frase pronunciata in quella occasione e che mi colpì, essendo presente all’Olimpico in qualità di Presidente nazionale degli Sport Popolari: “ …Voi atleti siete spesso negli occhi del pubblico.… avete una responsabilità soprattutto nei confronti dei giovani e dei bambini che vi guardano come modelli” .

L’educazione alla pratica sportiva, nel senso del suo approccio etico, deve nascere da solidi convincimenti interiori, maturati attraverso percorsi spesso difficili, ma affrontabili con il sostegno dell’esperienza degli adulti, quando questi siano in grado di farsi comprendere e condividere con dedizione il processo di crescita.

Giovanni Paolo II lo ha fatto, riuscendoci. Noi adulti: nonni, genitori, insegnanti, abbiamo il dovere di seguire il Suo esempio, aprendoci alla comprensione dei ragazzi con l’umiltà di chi “papa” non è, ma che sia convinto che solo l’amore può aprire porte che sembrano blindate.

Il suo messaggio non è rivolto alla tolleranza fra gli uomini, perché il concetto di per sé implica un’accettazione passiva dell’altro.

Al contrario, la sua missione si è ispirata al rispetto del prossimo, a quello delle opinioni diverse che investono, come denominatore comune, le coscienze dei cattolici e dei laici.

Perché l’esempio di Giovanni Paolo II non rischi di disperdersi nell’emozione del momento, spetta a noi vivi, continuare i Suoi insegnamenti sulla Pace, sulla dignità del lavoro ed il rispetto delle opinioni di tutti.

L’interrogativo che dilania i calciofili in questi giorni, è se si sia toccato il fondo o se manchi ancora qualcosa. Nell’una o nell’altra ipotesi lo sfascio non ha solo prosciugato i bilanci delle società calcistiche, ma ha decretato la fine dei valori sportivi, sepolti sotto una coltre di soldi virtuali, dopo essere stati spazzati via dal vento gelido dell’egoismo e dell’ingordigia.


Giocatori assunti a divi senza palle, schiere di nullafacenti a mendicare un ruolo, procuratori- imbonitori dall’appetito atavico, mezzeschiappe sedute al banchetto delle scommesse, presidenti sull’orlo del fallimento, arbitri compiacenti, veline sculettanti in attesa di sistemazione, popoli di tifosi usati come comparse. Insomma, una massa di addetti ai lavori o semplici spettatori, ignari o coscienti di accompagnare il feretro del calcio verso l’ultima destinazione.


Ai giovani, che di questa messinscena mediatica sono le vittime sacrificali, occorrerà che qualcuno apra gli occhi e che li inviti a leggere le verità nascoste dietro il fumo denso del tifo. L’ha fatto Ciampi, dicendo che i miliardi di euro televisivi hanno finito per sconvolgere il già precario equilibrio di un mondo fragile nei personaggi e nei progetti.


Non è questo lo Sport e non è nemmeno il ciclismo o tutte quelle discipline che pensano di bypassare i valori della partecipazione, dell’agonismo e del sacrificio personale, senza essere animati dal solo salutare desiderio di sconfiggere un avversario nel rispetto delle regole del gioco e dell’etica sportiva.


Le Olimpiadi di Atene devono ripristinare nella coscienza di ciascuno i principi di lealtà persi nel corso di millenni spesi alla ricerca del miglioramento dell’uomo, ma il rischio di cecità è destinato a persistere se si omette di educare le giovani generazioni alla cultura dello Sport.


E’ un compito che compete a chi più giovane non è, alle famiglie, alla scuola, ai docenti, ma anche ai mezzi di comunicazione, stampa e televisione che devono ricondurre l’evento sportivo nei canoni di uno spettacolo retto da norme di dignità individuale e collettiva, dove prevale chi merita per caratteristiche fisiche, psichiche e morali.


Il degrado cui siamo obbligati ad assistere giornalmente ha il potere di allargare la sua forbice distruttiva sugli elementi più deboli della comunità, innescando meccanismi pericolosi per l’ordine pubblico e per i canoni sociali, alimentando la violenza, e giustificando l’illecito in presenza del profitto.


In tale contesto lo “Sport per Tutti” acquisisce un’importanza basilare; non è una lotta contro i mulini al vento, ma un esempio concreto di come dare il giusto peso allo Sport, se con esso si intende il miglioramento di se stessi nelle prestazioni fisiche e nella considerazione degli altri.


Terni, 21 luglio 2004

Giocondo Talamonti

CREDERE IN UN MONDO MIGLIORE…SEMPRE



Mi sarebbe piaciuto che si fosse realizzata almeno una delle speranze che avevo riposto in questo 2003, quando mi sono rivolto ai Lettori di “Sportinsieme” nei saluti di fine anno. Se possibile, il quadro mondiale è ancora peggiorato: la guerra in Iraq, l’escalation mediorientale, le difficoltà fra Europa ed America, gli effetti della crisi sud-americana, il divario crescente fra paesi ricchi e poveri, per non parlare della miriadi di conflitti sparsi sulla terra.


Ogni settore di attività che veda l’uomo protagonista, nel bene o nel male, sembra orientato all’egoismo e alla violenza.
Non ultimo quello dello sport, costretto ad annoverare nella cronaca del 2003 i fatti cruenti di Avellino, emblematici della perdita collettiva di valori, o la recrudescenza di casi di doping nel professionismo.


Segnali che scuotono la coscienza di chi lotta per migliorare ogni giorno se stesso e gli altri e che minacciano di gettare sconforto nei propositi di quanti si impegnano per vedere intorno a sé un mondo più giusto.
Penso alla disperazione degli immigrati, pronti a sacrificare la vita solo per continuare a sperare nell’accoglienza di popoli più fortunati, alla loro umanissima aspirazione a credere nella solidarietà dei loro simili, alla volontà di offrire ai propri figli prospettive di vita che si coniughino con la dignità di ogni essere.


Il clima prenatalizio è di per sé lo stereotipo delle buone intenzioni.
In questo scorcio di anno nessuno si sottrae dall’accattivante esercizio della bontà e di mostrarsi generoso con chi soffre, riducendo l’attenzione ad un gesto troppo spesso egoistico.
E’ un atto ideologicamente involuto di scendere a patti con la propria coscienza, una ipocrisia collettiva che offende chi si dedica ogni giorno dell’anno alle cure dei più deboli.
Ma non si deve abbandonare la forza di credere che il mondo possa essere regolato da maggiore equità, specie se si impronta la vita a norme sociali più rigorose nei confronti dei nostri simili e se si è capaci di darsi orizzonti più ampi rispetto all’occlusione di interessi individuali.
Noi fiaspini siamo educati a questo; sentiamo di far pratica sportiva ed etica in ogni manifestazione.
Ci sentiamo protagonisti ed autori di un programma di vita che, insieme alla salute, coltiva le relazioni interpersonali, dando loro dignità e forza.


Concludo con l’invito ai fiaspini di mantenersi fedeli a questi principi, rinunciando a segnali di speranza, solo per il timore che si perdano nell’indifferenza dei più, ed auguro ai lettori di dividere con la propria famiglia la serenità e la forza di continuare a credere in un mondo migliore.

Ing. Giocondo Talamonti